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mar 19 ago 2025 alle 12:34

Sul democratizzare e l'imparare

Con l’introduzione massiccia di LLM nella nostra vita di tutti i giorni assistiamo sempre più frequentemente ad un fenomeno curioso: vale a dire l'idea che prima alcuni campi del sapere esercitassero una qualche forma di fastidiosa e ingiusta repulsione nei confronti di nuovi interessati. Come se il processo di apprendimento tra il neofita e l'esperto fosse nient'altro che un’inutile fatica.

A dire il vero questo fenomeno non è stato introdotto in prima istanza dall'oracolo del XXI secolo, ovvero "l'LLM", ma è una costante, oserei dire, della ricerca tecnica di per sé: strumenti, oggetti, macchinari, invenzioni e concetti vengono sviluppati - spesso - specificamente con questo scopo. Si intende dire che, ad esempio, l'introduzione delle stampanti domestiche ha permesso, a partire dai primi anni del millennio, a una tecnologia che prima era esclusiva di artigiani specializzati e attrezzati con macchinari specifici di diventare accessibile all'uomo e alla donna comune. Questo fenomeno però non è esclusivo di macchinari ed oggetti: ne è un esempio la diffusione prima della carta stampata e in seguito dei vari formati digitali la quale ha permesso a chiunque in grado di leggere di accedere a praticamente ogni campo della conoscenza. Oggi chiunque può trovare sul web ottime fonti liberamente accessibili e di ogni livello di padronanza della materia.

Certamente questi mezzi hanno permesso di democratizzare la conoscenza e quindi hanno permesso a molti di acquisire gli strumenti pratici e mentali necessari per creare nuovi oggetti nelle più svariate forme che la creatività umana può assumere.

Facilitatori

Mi piace pensare a questi strumenti pratici e mentali come facilitatori del processo creativo. Detti facilitatori hanno alla base la funzione di automatizzare molti passaggi del quale il creatore - maker - doveva avere una padronanza tecnica e specialistica. Per questa ragione spesso il creatore veniva affiancato da persone altamente formate tecnicamente. Nel campo della musica si pensi per esempio alle prime sperimentazioni elettroacustiche nello studio di Fonologia della RAI: compositori come Bruno Maderna, Luigi Nono o Luciano Berio agivano sulla strumentazione di laboratorio, per così dire, per mano di tecnici specializzati come Marino Zuccheri. Oggi il compositore o l'esecutore dedito all'elettroacustico non necessita più di una figura mediana e di luoghi attrezzati a causa:

  1. dell'economicità della strumentazione tecnica e quindi la loro ampia diffusione.
  2. della migrazione dall'analogico al software digitale.
  3. della possibilità di reperire metodi e know how su internet. Lo stesso vale naturalmente per molte attività creative.

Verso l'auto realizzazione

La pratica artistica è sempre accompagnata da un buon grado di artigianalità o di mestiere. Questa può essere di tipo (1) pratico, come la miscela giusta per creare un determinato colore oppure di tipo (2) più gestionale o strategico come i metodi di per condurre l'elaborazione di un tema in forma di fuga. Possiamo pensare all'artigianalità come quella forma della conoscenza necessaria al fare che si è costruita cumulativamente, di generazione in generazione; un tipo di conoscenza che può essere memorizzata ed applicata come routine.1 Sono convinto che l'introduzione dei facilitatori dei quali si è parlato in precedenza siano fenomenali per risolvere passaggi di tipo pratico del processo creativo.

A differenza della creatività nuda e cruda, l'artigianalità è quella che necessariamente va fatta maturare attraverso un percorso educativo adeguato e quindi, a mio parere, necessariamente sfidante. Solo dieci anni fa nessuno avrebbe mai creduto che nel 2025 avremmo avuto strumenti in grado di realizzare quello sviluppo tematico di cui sopra come riesce https://electricalexis.github.io/notagen-demo/ o in grado di generare totalmente musica come i noti https://suno.com/ o https://www.udio.com/. Io sono totalmente affascinato da questi strumenti e nonostante la qualità dei risultati sia raramente degna di nota, non c'è ragione di dubitare che in poco tempo sarà praticamente impossibile distinguere la musica generata tramite AI da quella non generata da AI, con buona pace di chi sostiene che gli umani avranno sempre una marcia in più. Questo non è il solito "avanzamento della tecnica" ma un cambio totale della funzione dell'arte all'interno della società. Credo che ciò che dobbiamo iniziare ad accettare sia l'idea che la creazione artistica dovrà diventare un fatto prima di tutto privato. Come lo sport amatoriale: la maggior parte delle persone non corre una maratona per vincere. Lo studio dalla componente artigianale del processo creativo non dovrà essere quindi dovuto alla fatto che senza di esso non sarebbe stato possibile concludere tale processo ma perché totalmente spontaneo e genuino. Quello che intendo è che non ci sarà più bisogno di studiare gli aspetti più artigianali di una materia per ottenere un oggetto bensì sarà unicamente dovuto alla volontà del creatore di passare attraverso il piacere del fare nudo e puro.

Fare per il gusto del fare

Volendo allargare il tema non solo al campo dell'arte al più generale concetto di "fare" questi ragionamenti si potrebbero inserire nella corrente della critique of work. Nella raccolta di saggi del 1935 In Praise Of Idleness, Bertrand Russel scriveva:

[...] what is work? Work is of two kinds: first, altering the position of matter at or near the earth's surface relatively to other such matter; second, telling other people to do so. The first kind is unpleasant and ill paid; the second is pleasant and highly paid. [...] Throughout Europe, though not in America, there is a third class of men, more respected than either of the classes of workers. There are men who, through ownership of land, are able to make others pay for the privilege of being allowed to exist and to work. These landowners are idle [...].2

Ma lo stato di idleness di questi ultimi, gli individui che vivono di rendita, sarebbe stato in potenza raggiungibile anche da chi svolgeva attività lavorative: secondo Russel la prima guerra mondiale aveva dimostrato che il progresso tecnologico avesse permesso a molta forza lavoro prima ritenuta assolutamente necessaria per la produzione nazionale di essere reimpiegata in attività non primariamente necessarie come la propaganda o la realizzazione di munizionamento; da questa prospettiva, l'occidente sarebbe quindi riuscito a non concedere l'astensione dal lavoro creando un sistema economico nel quale: "[...] a large proportion of the total produce goes to a small minority of the population, many of whom do no work at all".3 Ma anche in assenza di tale condizionamento economico, secondo Russel: "[...] men would not know how to fill their days if they had only four hours of work out of the twenty-four. [...] The modern man thinks that everything ought to be done for the sake of something else, and never for its own sake.".4 Io credo che questo "qualcos'altro" sia in ultima istanza riducibile all'immagine che desideriamo gli altri abbiano di noi. Per dirla con Mihlay Csikszentmihalyi:

The most important step in emancipating oneself from social controls is the ability to find rewards in the events of each moment. If a person learns to enjoy and find meaning in the ongoing stream of experience, in the process of living itself, the burden of social controls automatically falls from one’s shoulders. Power returns to the person when rewards are no longer relegated to outside forces.5

L'AI ci spinge a fare i conti con una nostra prossima sostanziale inutilità "produttiva" poiché saremo sostituiti da macchine in grado di produrre al posto nostro. Nel romanzo Čevengur di Andrej Platonov la comune di Čevengur riesce a transitare dal socialismo al comunismo, come da canone marxista, abolendo il lavoro e facendo calare il silenzio su macchinari e mezzi di produzione. Eppure Karl Marx sapeva che l'automatizzazione sarebbe stata una componente fondamentale del sistema comunista dato che sarebbe stato grazie ad essa che l'uomo si sarebbe potuto liberare dall'odiosa oppressione del lavoro alienante6 borghese e capitalista. Oggi, a più di un secolo dagli ideali e dalle speranze del comunismo di guerra, mi impietrisco di fronte alle esistenze misere dei personaggi di questo romanzo: "The wind doesn't blow without something to start it, but we are living here without a reason."7 Esiste qualcosa di più terrificante dell'idea di aver vissuto una vita vuota e inutile?

Osserviamo come, semestre dopo semestre, modelli di linguaggio sempre più evoluti siano in grado di automatizzare passaggi sempre più complessi delle nostre attività lavorative e creative. Queste tecnologie sono sempre più capaci di compiere azioni che noi abbiamo impiegato anni per perfezionare e nel fare ciò ci obbligano a fare i conti con le ragioni reali del perché le facciamo. Intendiamoci, non credo che smetteremo di lavorare nel prossimo futuro. Credo la transizione dalla concezione del lavoro che abbiamo oggi a qualsiasi cosa che l'intelligenza artificiale porterà con sé richiederà molto tempo. Ma quando saremo in grado di trovare piacere in attività nell'imparare a fare qualcosa di nuovo, a praticare la creatività per goderne noi stessi, avremo infine l'occasione di fare ciò che amiamo per il più puro gusto di farlo.

Footnotes

  1. Questo modo di definire cosa sia l'artigianalità deve molto al capitolo intitolato "Path of liberation" contenuto in Flow. The Psychology of Optimal Experience di Mihaly Csikszentmihalyi. ↩

  2. Bertrand Russel, In Praise Of Idleness (George Allen & Unwin ltd, 1915), 12-13. ↩

  3. Russel, In Praise Of Idleness, 21. ↩

  4. Russel, In Praise Of Idleness, 24. ↩

  5. Mihaly Csikszentmihalyi, Flow. The Psychology of Optimal Experience (Harper Perennial, 1991), 19. ↩

  6. Nel nostro discorso, che si legga: for the sake of something else. ↩

  7. Andrej Platonov, Chevengur (Ardis Publishers, 1978), 129. ↩